Emancipazione

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Internazionalisti

Il rullo compressore e i lavoratori

Quando il capitalismo cominciò a prendere piede in un paese, l’Inghilterra, l’orario di lavoro dei dipendenti era di 17 o 18 ore al giorno senza giorni liberi. Nel 1848, quando i lavoratori appariamo per la prima volta come forza politica, i paesi più sviluppati – Francia e Gran Bretagna – concederanno la giornata di 60 ore. La lotta per la giornata di 8 ore, che ricordiamo ogni 1° maggio, porterà all’inizio del XX secolo all’estensione della settimana di 48 ore. Da lì: frenata e ritorno. Le 48 ore impiegheranno un altro mezzo secolo per diventare una teorica giornata di 40 ore che, in pratica, non lo raggiunge nemmeno: la tendenza è verso giornate più lunghe e precarie («flessibili») costrette dalla paura della disoccupazione e dell’instabilità. La nostra vita.

Vale a dire, nei primi 200 anni in cui il capitalismo conquista e trasforma il mondo, i lavoratori, paese per paese e non senza combattere, si svilupparono con esso: si riduce la giornata lavorativa, aumentano i consumi, cresce l’accesso alla cultura e si garantiscono nuove libertà. Da allora in poi, nell’era delle guerre mondiali, la nostra, anche i periodi di «sviluppo economico», cioè gli anni di maggiore redditività del capitale, la giornata lavorativa ristagna, la cultura quotidiana delle grandi maggioranze si degrada e lo spettro delle guerre sempre più internazionalizzate riappare sempre più spesso in ogni angolo del globo.

Un rullo compressore in mezzo alla folla

Oggi il sistema è un rullo compressore che zoppica in mezzo alla folla. Non importa chi lo guida, non importa dove, non importa se il motore aumenta o diminuisce il suo numero di giri. La cosa importante è che ci schiaccerà e schiaccerà ogni cosa che si trova sul suo cammino, perché ciò per cui esiste – rendere redditizio il capitale – è già in diretta opposizione ai bisogni dell’intera Umanità.

La via d’uscita è alla nostra portata

Eppure la tecnologia di oggi, le capacità che il sistema stesso ha creato ma che spreca o perverte, sono immense. La possibilità di una società dell’abbondanza, di un’economia guidata dai bisogni integrali delle persone è a portata di mano. Ma non basta «orientare» il capitalismo in «altro modo». Né attraverso il mercato, né concentrando tutte le proprietà nello stato, cambia la logica del sistema: riprodurre il capitale, rendere redditizi gli investimenti….. in altre parole: sfruttare il lavoro per mantenere il tasso di accumulazione.

Noi andiamo nella direzione opposta: producendo secondo i bisogni coscienti del consumo, dando priorità alla riduzione della giornata lavorativa, aumentando la libertà e lo sviluppo delle persone. Questo è il vero significato del socialismo. E il luogo verso cui punta si chiama comunismo: una società dove il lavoro salariato e lo sfruttamento scompare, dove la produttività non si confronta con l’Umanità e la Natura ma libera le persone convertendo l’«economia» – ormai una macchina cieca per accumulare – in un metabolismo comune con la Natura.

Come non uscire

Non si tratta di portare il capitalismo da qualche altra parte. Perché ciò che il capitalismo significa proprio ciò che produce tutti i disastri. Non si tratta di mitigarne gli effetti perché possono solo peggiorare sempre di più a livello globale. Non si tratta di scegliere i «sapori», perché non cambierà la natura di ciò che ci sta distruggendo. Non si tratta di «destra contro sinistra», non importa quanto radicale voglia presentarsi la sinistra, perché i due si differenziano solo per come mantenere in funzione la macchina economica dei profitti e come reinvestirli. Il problema è la macchina e ne fanno parte sia la destra che la sinistra.

Nessuno verrà a salvarci. Né un messia politico, né una catastrofe sociale o ambientale che «costringe» il sistema ad essere ciò che non è e non può essere. Il capitalismo è la macchina dei disastri. Nell’ultimo secolo ha condotto a due guerre mondiali, una moltitudine di guerre locali, ha causato l’emarginazione e la miseria di milioni di persone, ha normalizzato la violenza a tutti i livelli e incolpa ogni giorno le proprie vittime con una morale di «vincitori» e «perdenti», di santificazione del saccheggio e «ogni uomo per se stesso». Nulla muove il sistema e nulla si otterrebbe riproducendone la moralità, al contrario. Le esplosioni disorganizzate, i saccheggi, l’affermazione di bisogni particolari….. ci atomizzeranno di più.

Come mettere il mondo sulla destra

La via d’uscita è nascosta…. davanti ai nostri occhi. Quando i lavoratori ci confrontiamo con l’azienda per cui lavoriamo, due logiche opposte si confrontano. Lottiamo per soddisfare bisogni. Sono bisogni umani – benessere e condizioni di lavoro dignitose. Bisogni che vorremmo vedere soddisfatti per tutti e per i quali non resta il benessere di nessuno. Le imprese oppongono a questo l’importanza di pagare un dividendo sul capitale in esse investito. Dividendi che vengono dal lavoro di tutti.

Difendendo i nostri bisogni in ogni sciopero, in ogni azienda, i lavoratori dimostriamo che è possibile e necessario un mondo «a destra», un mondo organizzato secondo i bisogni umani e non secondo il dividendo. Quella società organizzata secondo i bisogni di tutti, è ciò che si chiama «comunismo». E’ esattamente l’opposto delle dittature totalitarie, del militarismo e del nazionalismo.

Ci servono i sindacati per questo?

Il capitalismo di stato ci lascia ai lavoratori e alle nostre «legittime richieste» uno spazio molto ristretto: la discussione, mediata dai sindacati e dai loro comitati, del prezzo delle nostre ore di lavoro, azienda per azienda e settore per settore. Si tratta di una discussione che tutti i partiti -unioni, datori di lavoro e stato – accettano a condizione che vi siano profitti.

Ciò che potenzia gli scioperi è proprio ciò che ne deriva: non accettare la sottomissione dei bisogni umani universali ai risultati del capitale. Però questo non può essere fatto isolatamente in un’azienda perché il capitalismo è un sistema di sfruttamento di una classe da parte di un’altra. Per questo motivo è ancora più controproducente suddividere il personale tra uomini e donne, tra lavoratori precari e permanenti, tra appaltatori e personale. La subordinazione dell’Umanità al profitto può essere superata solo quando superiamo la divisione per sesso, per tipo di contratto, per azienda, per settore industriale o per una qualsiasi delle tante divisioni che il sistema stesso ci impone per organizzare meglio la nostra sottomissione.

C’è alternativa al sindacato?

Oggi ciò che dà forza a qualsiasi sciopero, grande o piccolo, così come a qualsiasi lotta di classe, è che, anche se in modo potenziale, materializza un soggetto collettivo. Un soggetto che è molto più potente di qualsiasi semplice somma di individui di cui nessuno conosce il livello di impegno e di coesione. Se l’assemblea lo decide, andiamo tutti in sciopero; altrimenti, non importa quanto crediamo nella sua necessità, dovremo accettarlo e continuare a lottare per convincere i compagni. L’idea di sciopero come diritto individuale limitato a seguire o no i sindacati, rende lo sciopero l’opposto di un’affermazione di classe. Lo sciopero diventa così un esercizio di cittadinanza, ci isola, ci atomizza e, come in qualsiasi mercato o parlamento, riduce la nostra sovranità a scegliere tra le opzioni che ci offrono le istituzioni destinate a sostenere il sistema che causa tutti i problemi. Istituzioni tra cui ci sono i sindacati, grandi monopolisti del lavoro necessari per determinare il prezzo della nostra ora di lavoro, il salario.

L’alternativa al sindacato non è un modello astratto, è un’esperienza pratica. E quest’anno lo abbiamo visto nei massicci scioperi in Iran e in Messico. Gli scioperi che oggi ottengono concessioni sostanziali sono quelli che si estendono da un’azienda all’altra in un territorio, coordinandosi tra loro e unendo le assemblee attraverso comitati di delegati da loro eletti e revocabili. Tali scioperi auto-organizzati non hanno nulla a che fare con uno sciopero sindacale generale. E infatti, sorgono solo quando i lavoratori, stufi dei sindacati, li superano e si organizzano per noi stessi.

Questa è la via d’uscita. Solo i lavoratori possono guidare la società attraverso di essa. Solo uscendo per essa c’è un futuro.

Proletari di tutti i paesi, unitevi, sopprimete gli eserciti, le polizie, la produzione di guerra, le frontiere, il lavoro salariato!