Emancipazione

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Internazionalisti

I Congresso di Emancipazione

Il 21, 22 e 23 giugno abbiamo tenuto il primo Congresso di Emancipazione con la partecipazione di compagni e gruppi provenienti da tre paesi. Il congresso costituisce Emancipazione come organizzazione mondiale e internazionalista.

Relazione del Congresso

Situazione del capitalismo

Il capitalismo di oggi è il prodotto di un secolo di decadenza. Durante questo periodo ha rallentato e deformato lo sviluppo delle forze produttive. Una volta completata l’estensione fondamentale del mercato mondiale, la accumulazione non poteva che avanzare in mezzo a un vortice di guerra, sprechi, distruzione qualitativa e quantitativa, degrado dell’elemento umano: relazioni sociali, libertà e cultura. Tutto ciò che era sacro alla borghesia stessa – individuo, scienza, arte….. – è stato decomposto per opera di un sistema che solo sa crescere – quando riesce a farlo – sulle macerie degli slogan di progresso della borghesia giovanile.

Nel 2007 è scoppiata una crisi solo paragonabile alla prima grande crisi economica del periodo di decadenza. La già massiccia e quotidiana distruzione delle forze produttive non è stata compensata dall’esuberanza caratteristica di ogni inizio del ciclo di accumulazione. Il risultato sono state masse gigantesche di capitali senza meta, mentre le aziende si dichiaravano insolventi; milioni di disoccupati in cerca di lavoro, mentre le fabbriche e le imprese chiudevano in massa; case abbandonate, perché milioni di persone, dalla Cina alla Spagna, potevano solo scegliere tra affollamento o vita in strada; tecnologie abbandonate nel momento in cui il ritmo e le ore lavorative aumentavano. E infine, quando dopo più di dieci anni, le cifre dei risultati di capitale hanno recuperato le vette perdute -non senza aver vinto un buon boccone alla remunerazione del lavoro – la saturazione del mercato mondiale di fronte all’assenza di destini per capitali che circolano nel vuoto del capitale fittizio, si traduce in guerre commerciali e di valute e nei primi conati di una nuova recessione.

In questo decennio il capitalismo è stato incapace di riattivare i meccanismi che renderebbero possibile una nuova fuga verso il credito. I mercati che speravano di trovare – o di dopare – in Asia e in Africa si sono dimostrati illusori e la ripresa dei tassi di accumulazione sembra aver raggiunto un tetto.

La situazione globale non è nemmeno la stessa di dieci anni fa. Non solo i meccanismi della banca centrale non hanno più spazio di manovra, ma la capacità di creare coesione sociale attorno ai bisogni del capitale nazionale è notevolmente diminuita dalle battaglie interne della stessa borghesia e dagli anni di movimenti disperati – e sterili – della piccola borghesia.

L’unico modo in cui la borghesia mondiale sembra trovare la sua via d’uscita è attraverso l’appropriazione diretta della copertura dei lavoratori e dei magri risparmi – sistemi pensionistici, sanitari e scolastici – e l’aumento dello sfruttamento in termini assoluti: più ore di lavoro reali per salari totali pagati più bassi. Il capitale forza la realizzazione del plusvalore utilizzando lo stato, che dovrebbe attutire le sue contraddizioni, attizzandole.

Situazione della classe operaia

Tuttavia, il fatto che il capitale incontri sempre più ostacoli nel suo ciclo di accumulazione non significa che il capitalismo sia in pericolo. Lo sfruttamento può sempre continuare e peggiorare. Le condizioni oggettive che rendono possibile la trasformazione rivoluzionaria della società sono presenti da un secolo. Le condizioni soggettive, la coscienza della classe universale capace di imporre un sistema basato sui bisogni umani universali, è indipendente dal corso della crisi.

Infatti, dall’inizio della crisi, solo negli ultimi tre anni di teorica ripresa económica, abbiamo visto massicci movimenti di classe (Tamaulipas in Messico, Jerada in Marocco, Heft Tappeh in Iran) e conati di affermazione di bisogni umani generici annegati in movimenti piccolo-borghesi (Gilets Jaunes).

Tuttavia, rimane ancora un’idea fondamentale che è stata in parte la causa e in parte il riflesso della sconfitta delle lotte degli anni ’70 e ’80: «la lotta dei lavoratori ha opzioni solo quando ci sono benefici per il capitale; vale a dire, la lotta non è fattibile di fronte a un uso concreto del capitale che non è redditizio».

Sotto questa formulazione si nasconde la subordinazione delle necessità ai risultati dell’accumulazione, dell’Umanità e del lavoro contro il capitale. È un veleno mortale che è ancora attivo e che sorge su un’illusione promossa mille volte dallo stato, dalla borghesia e dalla sinistra: prendere le divisioni funzionali del capitale nelle imprese e nelle applicazioni del capitale, da entità indipendenti tra loro, come se il capitalismo fosse qualcosa che accadde in azienda e non nella società, come se il sistema non fosse tale ma la semplice somma, l’aggregazione di particolari sfruttamenti. Né l’accumulazione e lo sfruttamento, né i bisogni umani vengono risolti su base di impresa in impresa, ma piuttosto sul risultato economico, sociale e politico complessivo dello sfruttamento di una classe da parte di un’altra classe

In questo momento questo sfruttamento come classe si sta intensificando sotto forma di appropriazione diretta delle pensioni, abbandono dei sistemi sanitari e formativi che facevano parte delle condizioni di partenza dello sfruttamento, l’aumento dell’orario di lavoro reale e l’omogeneizzazione dei salari verso il basso, tendendo a ridurre non solo la percentuale di produzione accessibile attraverso i salari, ma anche il totale dei salari pagati.

Cioè, la borghesia e lo stato comprimono ancora di più la contraddizione fondamentale del sistema: la loro incapacità di aumentare proporzionalmente alle richieste di accumulazione il consumo dei lavoratori, forma storica che prende la soddisfazione dei loro bisogni nel capitalismo.

Per questo motivo, ha bisogno più che mai di accompagnare questa elevazione del grado di contraddizioni di classe con balsami ideologici che la recuperano e la riorientano. Organizza campagne ideologiche per inquadrare i lavoratori intorno a presunte cause comuni con un ritorno secondario per la borghesia. Si tratta di rafforzare il dominio migliorando la posizione dell’azienda.

Ad esempio, la campagna sul cambiamento climatico -organizzata direttamente attraverso l’apparato educativo dello Stato – ha come funzione principale quella di vendere una nuova unione sacra per il clima….. ma serve anche come ariete ideologico per le borghesie europee nella loro lotta contro la Cina e gli Stati Uniti. La campagna che negli ultimi tre anni ha stabilito il femminismo come ideologia di stato non solo divide i lavoratori sul posto di lavoro stesso, affermando interessi opposti basati sul sesso, ma serve anche alla borghesia per offrire un ambito ribelle sovvenzionato e una nuova opportunità di collocamento alla piccola borghesia ribelle.

La connivenza e il sostegno della sinistra per queste campagne, il loro uso da parte dei resti dello stalinismo (compreso il trotskismo stalinizzato) come forma di attualizzazione ideologica, non è affatto casuale. I profeti del capitalismo di stato recuperano ruoli da protagonisti -dal greco Syriza al FIT argentino, passando per insubordinati, podemita e blocisti- come profeti delle nuove ideologie statali….. quando il capitalismo di stato -oggi universale – ha bisogno di forze straordinarie per mantenere, con pressione, l’inquadramento che genera l’illusione di una coesione sociale già impossibile.

Situazione del partito revoluzionario

Dal Manifesto del 1848, noi comunisti chiamiamo il partito l’insieme delle piccole minoranze coscienti che fanno propria la prospettiva storica della classe: il comunismo come società universale, demercantilizzata e abbondante. Al di fuori dei momenti rivoluzionari – e anche all’interno di molti di essi – il partito può essere solo un partito in divenire, un partito in formazione che tende a diventare l’espressione centralizzata e universale della prospettiva della lotta di classe.

Queste minoranze non sono nate dal nulla o da zero. Emancipazione nasce dall’incontro di un gruppo di lavoratori che, di fronte all’apertura di una situazione prebellica con il processo che porta alla dichiarazione di indipendenza catalana, reagiscono alla mancanza di voci internazionaliste che hanno detto ad alta voce ciò che pensavano milioni di lavoratori: non siamo disposti ad andare ad una guerra civile tra gruppi borghesi, non moriremo né per la patria spagnola né per quella catalana. Lo sviluppo di una posizione di partenza così basica, così apparentemente elementare, si è alimentato dopo la riappropriazione del lavoro e delle posizioni del principale tronco dell’internazionalismo storico.

Da allora abbiamo cercato relazioni con altre minoranze internazionaliste nel resto del mondo, aspirando a stabilire un coordinamento di azioni comuni in vista di un raggruppamento mondiale dei rivoluzionari.

Compiti dei rivoluzionari

In un momento di lotta di classe come quello attuale, in cui si sta preparando una nuova ondata di attacchi contro le condizioni di vita dei lavoratori e in cui, allo stesso tempo, il passato impone un vero e proprio iato generazionale, una perdita della memoria dell’ultima ondata di lotte, il compito principale dei rivoluzionari parte dallo slogan:

  • Le nostre esigenze non dipendono dal profitto del capitale né dai conti degli stati, è il contrario: le lotte avanzano solo quando impongono il criterio della necessità su quello del profitto. Non faremo i loro conti, la lotta paga.

Questo stesso riavvio significa confrontarsi con i sindacati fin dal primo momento, quello delle più elementari forme di organizzazione della lotta di classe. Questo è il motivo per cui i rivoluzionari devono dare una battaglia principale intorno agli appelli per uno sciopero sindacale. Affermando con chiarezza che:

  • Non ci sono scioperi che arrivino da nessuna parte senza che un’assemblea li conduca. Lo sciopero non è un sondaggio d’opinione a cui si può aderire o meno individualmente, ma una decisione collettiva di tutti.
  • Per vere e sovrane assemblee di tutti i lavoratori dell’azienda, senza divisioni per tipo di contratto o azienda appaltante e l’impegno di tutti con il risultato delle loro decisioni.

Nei quartieri e ovunque si trovi la struttura produttiva di piccole imprese di servizi, alberghieri, commerciali, ecc. lotteremo per le assemblee di quartiere di tutti i lavoratori, anche precari, temporanei, ecc.

Slogan e posizionamenti immediati

Il programma generale che conduce dalla lotta immediata per i bisogni universali più elementari al processo di abolizione del lavoro salariato e la liberazione delle capacità produttive dell’Umanità, è ancora valido come lo affermarono i rivoluzionari fin dagli anni ’40. Per questo ci riferiamo alla sezione Compiti de la nostra Epoca del Per un Secondo Manifesto Comunista, testo fondamentale della nostra corrente.

Affinando gli slogan e le linee di intervento, Emancipazione prevarrà immediatamente sui luoghi di lavoro:

  • Riduzione della giornata lavorativa immediata a 30 ore con lo stesso stipendio netto mensile e riduzioni progressive fino alla fine della disoccupazione.
  • Niente zaini, né sistemi di capitalizzazione delle pensioni, per un sistema di solidarietà e pensioni sufficienti, calcolate esclusivamente in base alle esigenze individuali di ciascuno.
  • Contro il cronometraggio, le nuove forme di cottimo, le agenzie di lavoro interinale e «multiservizi».

Nei quartieri:

  • Chiusura delle case scommesse, «compro oro», chiese e culti, narco-appartamenti e tutti gli agenti che spingono alla decomposizione dei nostri quartieri. Per l’apertura di centri comunitari per i lavoratori, indipendenti dallo Stato, dai sindacati e dalle mafie.

Nel dibattito politico pubblico e di fronte alle campagne di inquadramento ideologico ci batteremo:

  • Contro ogni lotta che ci divide in categorie, sesso, origine, età, razza, lingua madre o qualsiasi altra cosa, o fa finta che i nostri interessi e quelli del capitalismo -nazionale o globale – siano uguali o convergenti.
Prolétaires de tous les pays, unissez-vous, abolissez les armées, la police, la production de guerre, les frontières, le travail salarié!
Proletários de todos os países, uni-vos, suprimam exércitos, polícia, produção de guerra, fronteiras, trabalho assalariado!
¡Proletarios de todos los países, uníos, suprimid ejércitos, policías, producción de guerra, fronteras, trabajo asalariado!
Workers of all countries, unite, abolish armies, police, war production, borders, wage labor!
Proletari di tutti i paesi, unitevi, sopprimete gli eserciti, le polizie, la produzione di guerra, le frontiere, il lavoro salariato!